(di Roberto Greco)

“Rita dalla Chiesa sbagli, noi la spugna non la buttiamo”. Lo dichiara Antonio Domino ai microfoni di Radio Tivu Azzurra. Suo figlio, Claudio, fu ucciso il 7 ottobre 1986 e, dopo le ‘vittime eccellenti’ la morte di suo figlio creò il disgusto e il disprezzo della città nei confronti della mafia. Il 7 ottobre 1986, un killer,sulla cui identità ancora oggi non c’è certezza,uccise con un colpo di pistola nel quartiere San Lorenzo, a Palermo, Claudio Domino, un bambino undicenne. Non fu un proiettile vagante. Non era in corso nessuno scontro armato tra appartenenti a cosche o famiglie mafiose. Non era un regolamento di conti tra criminali. Ma la morte di Claudio Domino fu una vera e propria esecuzione: il killer alzò la sua calibro 7,65 e mirò in mezzo agli occhi di Claudio.

“L’omicidio di mio figlio per noi è stato un incubo, ma non credevamo ai nostri occhi quando uscimmo di casa dopo la sua morte e ci rendemmo conto che attorno a noi, nonostante la grande “cappa” che ha sempre impedito di esprimere liberamente il proprio sentire, c’erano migliaia di persone” lo dichiara Ninni Domino, il padre di Claudio, ospite di Radio Tivù Azzurra domenica mattina nel corso della puntata di “The Lost tape” condotta da Roberto Greco.

“In quel momento ci siamo resi conto di come la morte di Claudio avesse cambiato la vita non solo alla nostra famiglia,ma anche la vita della meravigliosa massa di gente che era lì non solo perché dava solidarietà, ma perché chiedeva allo Stato di intervenire con un vero contrasto alla mafia che, non solo aveva ucciso ‘vittime eccellenti’, ma anche persone comuni e bambini. Ci fu un vero e proprio moto di disgusto nei confronti della mafia. Ed è stato proprio quell’episodio che a noi ha dato la speranza e la forza di poter urlare e scendere in strada per dimostrare concretamente il nostro disprezzo nei confronti della mafia.La nostra, nel tempo,- continua Antonio – è diventata una battaglia sociale, una battaglia di memoria legata non solo al nome di Claudio Domino ma ampliata a tutte le vittime innocenti di mafia, tutti quei bambini uccisi dalle mafie che non hanno avuto la possibilità che il loro nome entrasse nella “memoria”. Questo percorso ci ha portato a conoscere tante persone, tanti giovani e ragazzi che ci accompagnano in questo cammino.” Antonio Domino sente questo “fresco profumo di libertà” nonostante l’odore stagnante e disgustoso della mafia e i suoi occhi guardano alla città e alla sua, in continua anche se lenta, crescita di consapevolezza, alla sua voglia di cambiare pelle nonostante le mafie abbiamo affilato le armi del consenso con offerte sempre più subdole, da un lato, e violentemente esplicite dall’altro. “Oggi – dice Domino – sentire Rita dalla Chiesa dichiarare di aver messo in vendita la sua casa a Mondello e in Sicilia non vuole più mettere più piede, perché non c’è speranza per questo popolo, non solo fa male ma le dico‘Tu hai buttato la spugna!!!’. Noi no, noi non la vogliamo buttare questa spugna, vogliamo continuare questa battaglia perché,man mano che l’esercito della società civile cala di forza e di numero,in una logica di bilanciamento di pesi, più si abbassano le formazioni che combattono la mafia e tengono alto il principio di legalità, solidarietà e giustizia sociale, più si alza il livello della criminalità che continua a crescere viaggiando su un doppio binario. Per questo motivo non dobbiamo e non possiamo demordere, dobbiamo andare avanti”. “Siamo soli – continua Antonio Domino – nessuno ci accompagna in questo cammino. Siamo un esercito formato da tanta gente che lotta con la baionetta e non con la bomba atomica. Ma è un esercito che ci crede. Se affronti una battaglia e ci credi riuscirai a portarla in fondo. Ma da protagonista vero, non come la comparsa e dire, ad esempio, oggi vado all’anniversario della morte di Borsellino, me ne vado sul palco, faccio il mio bel discorsetto e ti dico che avrai giustizia e verità, poi casa fai?Riprendi la tua bella auto blu e te ne‘fotti’ di quello che hai detto e non hai fatto assolutamente nulla di concreto. Non ci debbono essere i morti per poter avere giustizia, sociale, non possiamo pretendere le vittime per scendere in piazza. Non dobbiamo versare sangue per forza per poter raggiungere quegli obiettivi minimi di una società civile che hai il diritto di avere la libertà di esprimersi, che ha il diritto di aprire esercizi commerciali senza pagare il pizzo, la libertà di esprimere il proprio pensiero senza bisogno che qualcuno ti metta le manette perché parli troppo. Quando andiamo a portare la nostra testimonianza nelle scuole, Graziella, mia moglie, dice sempre: “Abbiamo piantato dei semi e se da quei mille semi è nata anche solo un pianta, abbiamo vinto”.

 

 

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Di admin